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Galleria Umberto, ricorso al Tar contro il progetto dei cancelli. L’atto è stato notificato al Comune di Napoli, giorni fa. Il reclamo è di un residente, assistito dall’avvocato Alessandro De Caprio. “C’è una serie di motivi che abbiamo sollevato, staremo a vedere il tribunale come li giudicherà” spiega il legale. Si tratta di un ricorso ordinario, per il quale non è ancora fissata l’udienza. Al Tar Campania si chiede l’annullamento della delibera di giunta comunale (in foto il rendering dell’opera). “Non risulta ancora approvata la fase esecutiva – avverte l’avvocato -, quando lo sarà si penserà ad un’eventuale richiesta cautelare d’urgenza”.

Ma perché le carte bollate? “Riteniamo illogica – dichiara il legale – la decisione del Comune di chiudere soltanto una parte degli ingressi della Galleria, secondo l’intenzione di aumentare la sicurezza”. A parere del ricorrente, “invece questa soluzione non solo non aumenta la sicurezza, ma rende ancora più pericolosa la situazione”. La doglianza prende le mosse da “quanto succede di notte in galleria”. E insomma, “se uno volesse immaginare vie di fuga diverrebbe oltremodo complicato” sottolinea l’avvocato De Caprio. In pratica, i cancelli sono considerati “una soluzione inefficace e forse peggiorativa”. Tenendo conto pure di una chiusura parziale dei varchi d’accesso, e non integrale. Ma questa non è l’unica obiezione avanzata. “D’altro canto quest’iniziativa – argomenta De Caprio – va un po’ a scontrarsi con il vincolo storico della galleria di essere un luogo aperto alla città, senza alcun tipo di limitazione“. Va ricordato, infatti, che “da quando è nata ha sempre avuto la vocazione di spazio aperto e accessibile da tutti”. La scelta di installare i cancelli, cioè, porrebbe le basi per cambiare la destinazione originaria del luogo.

A tal proposito, un altro motivo di ricorso richiama l’atto autorizzativo, emanato in favore della Società dell’Esquilino di Roma. Era il concessionario a realizzare la Galleria, terminata nel 1890, e concepita nell’ambito della legge sul Risanamento. L’Istrumento di concessione, datato 1887, vietava alla società capitolina di fare costruzioni per uso privato, se avessero impedito l’accesso in galleria. O meglio: se tali manufatti avessero impedito al Municipio l’osservanza di un obbligo, imposto da un decreto regio del 1886. La norma prescriveva all’amministrazione cittadina di “conservare perpetuamente prive di chiusura di qualunque genere totale e parziale”, tutte le aperture esistenti “sia nella fronte verso la Galleria”. Un rebus giuridico, in pratica. Questione peraltro sottoposta al Comune, mesi fa, da una lettera del consigliere Gennaro Esposito. Il dubbio riguarda, anzitutto, la vigenza del decreto regio. E quindi dell’obbligo per Palazzo San Giacomo di far rispettare, ancora oggi, quella legge del secolo XIX. La proibizione di chiudere i varchi potrebbe valere per i condomini della Galleria, successori legali della società dell’Esquilino. Ma anche per il Comune di Napoli. “Siamo consapevoli che le norme cambiano nel tempo, ma nei fatti la vocazione storica della Galleria è di essere uno spazio aperto” precisa l’avvocato De Caprio. E non resta che attendere la pronuncia del Tar.